Anacletuto

Dover fare l’attività di revisione di un lavoro piuttosto lungo e scritto da varie persone mi riporta alla mente di quando trascrivevo a computer un lavoro altrui un tot di tempo fa.

Era decisamente commovente, in quanto parlava di una situazione difficile , solo… Era veramente scritta male. Ma non male nel senso di scritta malamente. Era scritta da una persona che non sapeva proprio scrivere. Nel senso che non sapeva la grammatica di base.

Io sono un bastardo rompipalle per quanto riguarda l’italiano. In quell’occasione non inarcai un sopracciglio e trascrissi parola per parola, lettera per lettera, anche gli errori. Perché non era assolutamente qualcosa di evitabile dal soggetto in questione e non era mio compito doverle correggere lo scritto.

Ora mi ritrovo a fare revisione. Ora devo correggere errori di italiano, errori di forma ed errori di contenuto.

Potete immaginare a che livelli possono arrivare gli errori di due diciannovenni FEMMINE che scrivono svogliatamente e di corsa pagine intere?

Io fino ad oggi no.

Non credevo fosse possibile che persone quasi ventenni di elevatissima istruzione potessero scrivere così MALE. Ma proprio male, MALE MALAMENTE.
E ora non ci sono scuse, e qui mi INCAZZO a leggere certe cose. Perché qui non è più questione di problemi di fondo, questo è un vero e proprio schifo.

Ciò che prima era fonte di un sorriso ora è fonte di lacrime di sangue. Parentesi lunghe 8 righe? Anacoluti? Spazi doppi, tripli e dopo le parentesi aperte e prima delle parentesi chiuse? Maiuscole e minuscole a caso?

Dite la verità: siete delle scimmie che hanno imparato a sbattere le mani sulla tastiera.

Lamb

Avete mai letto “L’amico ritrovato”? 

È uno di quei classici libri che ti fanno leggere alle medie.
La trama è easy. Ve la dico, tanto o l’avete letto o non lo leggerete probabilmente mai in vita vostra.

È ambientato in periodo pre\post nazista. C’è un bimbo ebreo che conosce un bimbo tedesco. Vivono in tedeschia. Sono amici. Discretamente amici. Il bimbo ebreo è un po’ sfigato il bimbo tedesco è discretamente figo. Il bimbo ebreo nota che il bimbo tedesco diventa come dire un po’ nazista. La famiglia del bimbo tedesco è nazi, il bimbo diventa diciamo un po’ nazi, chiaro. Il bimbo ebreo alla fine perde un po’ i contatti con il bimbo tedesco perché, ecco, il bimbo tedesco è proprio nazista. Alla fine il bimbo ebreo scappa in America. Il bimbo ebreo cresce, e poi un giorno scopre facendo delle ricerche sul suo paese natale che il bimbo tedesco alla fine era stato imprigionato e condannato a morte per aver organizzato un attentato a Hitler (Sieg heil! Scheiße! Scheiße!).

Da cui il titolo, l’amico è ritrovato. Non era nazi per davvero.

Ho cantato per mesi, anzi, anni, una canzone che io amo veramente tanto.
Il testo di questo pezzo è in inglese. Proprio perché è in inglese non ho mai dato peso al significato delle parole. Non avevo mai analizzato il testo. Mai. Eppure lo cantavo e sapevo anche assolutamente cosa stavo dicendo. 

Il testo, tradotto fa così

“Per tutto questo tempo ti ho amato
E non ho mai conosciuto il tuo volto

Per tutto questo tempo mi sei mancato
e ti ho cercato nell’intera umanità” (<— adattato.)

Solo così, queste righe tradotte, ho capito il significato profondo e stupendo – in particolare dei primi due versi – che si celava dietro alle parole che cantavo.

Esattamente come il titolo del libro non aveva senso fino al giorno che leggi le ultime dieci parole, questo testo non ha avuto senso finché non ho badato a ciò che mi voleva trasmettere.

Finché non l’ho ascoltato davvero.

Desideravo

Desideravo che una persona scomparisse dalla mia vita.

Gliel’ho pure detto. Una sola persona, in tutta la mia vita, è arrivata a questo punto.
A farsi dire da me “voglio che tu scompaia dalla mia vita”.

Una sola.

Credetemi, non funziona. Non è possibile. Non è possibile liberarsi di chi non si vuole.

Chi si vuole cancellare per dolore, non ti abbandona nel cuore.
Chi si vuole cancellare per tutti gli altri motivi, tornerà inesorabilmente. Sbuca.

O peggio, ti cerca ancora.

Voglio il tasto Ignore della vita. Voglio il tasto “block this person” nel mondo reale.
Lo voglio. Mi hanno detto che se lo programmo in Python, ho anche discrete probabilità di successo.

Non voglio più leggere quel nome. Sul serio.

Il vero senso della discussione

Mi son reso conto di una cosa.

La vera anima della discussione è il discutere.

Purtroppo mi trovo nella spiacevole situazione di non riuscire a poter passare una certa qual sottolineatura, una sfumatura del termine discutere mediante i caratteri.

È qualcosa tipo… la discussione come apertura, come esistenza di comunicazione.

Anche in assenza di comunicazione vera e propria, anche solo lasciando che la discussione si crei e si alimenti da sola, per poi star zitti… C’è una sfumatura sottile tra il parlare per scaldare aria e la vera comunicazione, quasi impercettibile. Se dedichi la tua attenzione a come viene proposto il contenuto, arriva il momento in cui ci si accorge di quando c’è passaggio, di quando ha senso la comunicazione, di quando c’è collaborazione e di quando queste cose sono assenti.

Il lato B è quando ti accorgi che non c’è nel 95% dei casi…

Pubblicità

Datemi un posto, o meglio… Un modulo. Un  gigantesco modulo, unificato.

Gigantesco. 200 pagine di modulo in cui mi viene chiesto di tutto, ma DI TUTTO della mia vita sociale.
In cui debba dare tutti i dati di Facebook, più quelli miei personali, anche il pin del bancomat. Dove mi vengano chiesti anche tutti i dati del mio cellulare, ogni cosa, i miei gusti, i miei interessi, le mie attività giorno per giorno. Che mi venga richiesto anche il numero di volte che mi metto le dita nel naso ogni giorno.

TUTTO. Sogni ricorrenti, analisi del sangue, ogni cosa.

Una volta per tutte, do’ la mia vita in pasto ad un unico questionario con la possibilità di aggiornare le risposte con il passare del tempo.

Tutto quanto.

Ma che mi venga passata solo ed esclusivamente pubblicità che mi possa seriamente interessare. Quanta vogliono. Ma che abbia senso. Che. Abbia. Senso.

Su internet, in tv, sui cartelloni, ovunque, mi venga passata solo pubblicità che mi può in te res sa re.

Sticazzi della privacy.

Sola andata

I tradizionalismi spesso sono solo segni di non volersi staccare da ciò che è stata la propria infanzia, oppure per i più giovani un appiglio per la comune credenza “un tempo si faceva meglio”.

Per cui non si legga ciò che sto per scrivere in tale chiave. 

Piuttosto lo si legga come una apatica analisi. Preferisco sia così.

Non posso fare a meno di notare, infatti, come nei testi di Battisti, massimo cantautore del suo tempo, ci fosse una verve lessicale decisamente notevole.

Il massimo?

“Un magazzino che contiene tante casse

alcune nere alcune gialle alcune rosse
dovendo scegliere
e studiare le mie mosse
sono all’impasse”

Sono all’impasse. Sono all’impasse.
Chi, a parte Elio, potrebbe usare una parola come impasse in una canzone?